Il torrente Baganza nel suo tortuoso cammino, dalle sorgenti fino alla confluenza col T. Parma, ha intagliato nei secoli passati ed intaglia tuttora potenti successioni di rocce stratificate, di varia età geologica e natura litologica, che attraversano la vallata da una sponda all'altra spingendosi anche nelle adiacenti valli dei F. Taro e del T. Parma.  In un precedente articolo sulla rivista Per la Val Baganza 1978, era stato dato un quadro riassuntivo della situazione geologica, benché parziale e semplificato, ove si evidenziava la complessità della struttura e la varietà della litologia visibili nelle profonde incisioni naturali lungo la strada che da Calestano porta a Berceto. In questo scritto,  inizia ora una revisione delle principali opere monumentali della nostra valle in chiave petrografica e geologica.  Verranno infatti brevemente illustrati i materiali litoidi usati sia nella costruzione originaria sia nei restauri, con particolare riferimento alle cave attualmente ancora aperte e saltuariamente sfruttate dagli ormai pochi «maestri» di mazza e scalpello, abilissimi artigiani e profondi conoscitori dell'arte dei cavatore.

IL DUOMO DI BERCETO

Costruito in pietra arenaria nel XII secolo con rifacimenti dei '400 e importanti restauri fatti nell'Ottocento sotto il governo di Maria Luigia, è una delle maggiori opere monumentali della valle.  Alcune parti mostrano litologie di difficile interpretazione, ma nel complesso la provenienza di materiali mostra una sostanziale «autoctonia,,, con ubicazione delle relative cave a scarsa distanza dalla costruzione in oggetto.  Così le mura perimetrali, la facciata, le absidi e la torre campanaria risultano costruite o ricoperte di lastre di arenaria sicuramente provenienti dalla zona compresa tra il castello e il displuviale coi T. Baganza (Ripa Santa). Anche per il restauro dei secolo scorso il materiale è stato sicuramente attinto nelle immediate vicinanze probabilmente da alcune piccole cave a poca distanza dalla odierna strada nazionale della Cisa presso i Pianelli. Un diverso discorso meritano le parti dei portali, sia laterale che della facciata, nonché le rispettive lunette pure esse scolpite in pietra arenaria alla fine dei XII secolo.  Si tratta di materiale proveniente da quella strana formazione geologica sedimentaria che affiora, attraversando il Baganza, da Cassio fino oltre le Chiastre e Piovolo, che prende il nome di Salti dei Diavolo. Nelle bancate che la costituiscono sono presenti conglomerati (alla base stratigrafica) lungo tutto il lato a monte, ed arenarie (al tetto stratigrafico) lungo il lato a valle.  La composizione mineralogica è assai caratteristica e la si riscopre identica nelle colonnine scolpite ai lati dei portale principale, nelle eleganti sculture che lo ornano, nell'architrave e nella famosa lunetta.  Lo stesso materiale si ritrova nei portale dei lato Nord: la lunetta, l'architrave e le due sculture laterali sono in arenaria pure proveniente dai Salti del Diavolo e, probabilmente, da cave ubicate nei pressi di Chiastre.  La lunetta di quest'ultimo portale è assai mai conservata e quasi dei tutto rovinata, forse per la esposizione alle in¬temperie di tramontana.  Il sig.  Orio Mattazzzi, che mi ha accompagnato nei sopralluoghi, ritiene che le sculture più fini e delicate siano ricavate in quella pietra di Cassio (Salti dei Diavolo) che dagli scalpellini e dai cavatori dei luogo viene chiamata «mass-ladéin» e che si trova nella parte superiore dello strato. Per la parte esterna si deve ancora accennare al fatto che nella facciata la serpentinite (formazione delle pietre verdi») è stata utilizzata solo in restauro e nel rifacimento degli archetti della bifora, nella colonna centrale e alternata a conci calcarei (?), nel rosone soprastante.  La, provenienza di questo materiale è molto probabilmente da ricercare nella zona di Roccaprebaiza.  E infine da segnalare, come curiosità geologica, un unico blocco squadrato di arenaria verde, che si trova nel muro perimentrale settentrionale e che sembra stranamente provenire, per la sua composizione, dalla tipica formazione arenacea di Petrignacola in vai Parma!

All'interno dei Duomo spiccano le quattrocentesche colonne in arenaria ottenute con blocchi lavorati e sovrapposti, con i capitelli della stessa natura e ricavati da un solo pezzo.  Benchè l'osservazione sia difficile per la scarsità di luce e per l'altezza dei manufatti, sembra che il materiale utilizzato provenga da cave legate alla formazione delle arenarie dei Salti dei Diavolo (Cassio?). Le pietre usate per il rivestimento interno provengono per la maggior parte dalle arenarie scavate nei dintorni di Berceto e visibili ancora sotto le fondazioni dei Castello e nelle piccole cave sopra menzionate. Da ricordare che il «Pluteo longobardíco» (VIII secolo),da poco tempo montato nel piede della mensa principale, è stato ottenuto in una piccola lastra di arenaria dai colore simile a quelle locali, ma che in alcune sue parti sbrecciate ricorda il «mass-ladéin» di Cassio, come assicura anche l'esperto Sig.  Orazio Magazzi, restauratore della suddetta mensa.  La tomba di San Roccardo, infine, costruita completamente in marmo, sembra di fattura e di provenienza «alloctona», certamente «pezzo» di un'epoca successiva nella quale il marmo apuano entrò per la prima volta nel Duomo di Berceto. 

IL CASTELLO DI BERCETO

Eretto ed ampliato a più riprese, è costruito su roccia in posto, tipicamente suddivisa in strati arenacei ben visibili sotto le fondazioni da cui sicuramente venne ricavato il materiale per la sua costruzione.  L'unica finestra bifora rimasta (ora incorporata nel muro della canonica) sembra invece scolpita in arenaria più chiara simile a quella dei Salti dei Diavolo.  Data l'enorme quantità di pietre preparate e squadrate, non è improbabile che le strutture murarie dei Castello abbiano costituito una importante cava di materiale per le successive costruzioni.

LA PIEVE DI BARDONE

Come per il Duomo di Berceto le arenarie affioranti nelle vicinanze hanno fornito la maggior quantità di materiale per la costruzione, così per la Pieve di Bardone l'esame delle litologie utilizzate nelle mura perimetrali dimostra una raccolta estesa nella zona compresa tra l'attuale statale della Cisa ed il torrente Sporzana.  Sono riconoscibili arenarie (a cemento calcareo) a grana fine da ascrivere alla formazione geologica dei «Flysch cretacico» affiorante a M. Albareto e nell'area da Ca' Storti a Cassio e nello stesso M. Cassio.  Sono poi sicuramente da riferire alla raccolta casuale e sparsa all'interno della colossale -Paleofrana,, di Terenzo, molti caratteristici materiali litoidi di varia natura che non provengono da un'unica formazione geologica e sono assai frequenti nell'intera costruzione.

Le parti esterne più interessanti come il portale (ora) laterale della Pieve, la lunetta, gli stipiti, gli spezzoni di colonna e le due figure (vescovo e pellegrino) poste sulla facciata ai lati dell'ingresso nonchè probabilmente anche l'aquila, risultano scolpite in un unico tipo di materiale arenaceo a forte componente calcarea, bianco¬giallognolo a frattura fresca, ma color tabacco o ruggine all'alterazione degli agenti meteorici.  Questo fatto sembra piuttosto importante se si ammette come assai probabile una completa ricostruzione del portale laterale (1 500?), in quanto il «maestro,, che lo ebbe a ricomporre volle (o dovette) utilizzare lo stesso materiale impiegato per le figure poste ai lati dell'ingresso principale che furono scolpite in periodo sicuramente precedente.  La lastra coi Cristo benedicente, quella della Deposizione, la Cariatide con l'acquasantiera, la coppia di leoni stilofori, presentano una natura litologica probabilmente simile, ma di non chiara provenienza; quest'ultimo materiale, infatti, non trova facile collocazione tra le rocce stratificate della zona.

Le figure della facciata invece e tutto il portale con lunetta, sono state probabilmente ricavate dalle arenarie provenienti da quei pacchi di strati, a mala pena visibili, nelle frane e nei calanchi compresi tra M. Prinzera e Bardone.  La loro composizione è diversa da quella dei materiali usati per il Duomo di Berceto ed in sostanza si differenziano per la maggiore abbondanza di elementi calcarei.  Non sembra nemmeno da escludere una provenienza da quegli isolati lastroni sparsi entro le «argille varicolori» o addirittura nel corpo della sopraccitata <paleofrana» che, staccatasi nei passati millenni alla altezza di C. Storti, ha determinato quel poderoso accumulo a stretto ventaglio (sul quale è anche costruito quasi tutto l'abitato di Terenzo) che arriva fino al T. Sporzana.

Sempre per quanto riguarda la parte esterna, la sola che è stata esaminata in occasione di questo breve sopraluogo, si può affermare che non sono presenti arenarie sicuramente provenienti dai Sa/Pdel Diavolo, utilizzatissime invece nel vicino abitato di Cassio, a meno che non siano a queste da riferire i cordoli in pietra arenaria alla base dei muro perimetrale della vecchia Pieve.

CONCLUSIONE

Dopo la prima non completa analisi delle rocce utilizzate nella costruzione e nelle sculture di alcuni monumenti di Berceto e, di Bardone, si ha modo di constatare come tali materiali siano prevalentemente di provenienza «autoctona» cioè locale o da zone piuttosto vicine.  Questo sembra particolarmente evidente anche in tutte le antiche costruzioni di Berceto, Castelionchio, Cassio, Terenzo e Bardone, mentre si nota un più frequente uso di materiale «alloctono, e, cioè di provenienza varia non locale, nei,monumenti antichi e in certe vecchie abitazioni delle zone collinari e più ancora della pianura.  Risulta chiaro che, mentre le cave sono state una fonte obbligata per l'approvvigionamento nelle zone di montagna, sono state invece le alluvioni ghiaiose dei nostri torrenti a fornire gran parte dei materiali da costruzione per le antiche abitazioni della pianura, nonchè per le opere murarie degli stessi monumenti. Nelle zone collinari e di pianura aumentano anche i «pezzi» importati da zone distanti, utilizzati in special modo per sculture o importanti parti architettoniche; quello che non permettevano le mai agevoli e ripide strade di montagna, potevano consentirlo invece le «vie d'acqua» così frequenti e sfruttate nella Val Padana.

Giorgio Zanzucchi